Come per tutti i viaggi lunghi e impegnativi, ho aspettato un po’ prima di scrivere qualcosa sul viaggio in Vietnam da Hanoi a Phú Quốc. Le impressioni a caldo le ho lasciate ai social, che hanno raccolto le emozioni del momento. Il Vietnam non è un paese facile da approcciare. Non lo è se ci si va carichi di aspettative. Il Vietnam ti può stupire ma solo se non ti aspetti nulla, se ci vai con meno stereotipi in testa e senza pregiudizi.

Una volta atterrato ad Hanoi, lascia che sia lo scorrere del tempo a decidere come sarà il tuo viaggio. Che non vuol dire subìre gli eventi, ma accettarli e seguire il flusso. Insomma per dirla con le parole di Gianluca Gotto che ha ben raccontato il Vietnam: “sii fiume”.

L’ultima volta che ho visitato il sud-est asiatico era il dicembre del 2017. Sceglievo la Birmania, affascinata dalla personalità di una delle donne più tenaci e coraggiose che abbia mai incrociato sul mio percorso. Aung San Suu Kyi da sempre lotta per la libertà del suo popolo in un Myanmar dimenticato dalle cronache. Mi piaceva l’idea di completare l’esplorazione di una zona affascinante quanto complessa del mondo.

Non so perchè ho sempre incasellato il Vietnam nella categoria “paese del sud-est asiatico”. Invece fa parte dell’Indocina ed è in tutto e per tutto un paese di chiara influenza cinese. La Cina la vedi nel colore rosso che predomina nelle città. La vedi nei tratti somatici degli abitanti. Nelle risaie terrazzate di Sapa. Negli involtini primavera, un must della cucina vietnamita.
Hanoi, tra antichità e modernità
Hanoi è un luogo davvero speciale, anche molto antico. Ha quasi mille anni. Nel quartiere vecchio le stradine s’intrecciano in un labirinto di case vecchie e cadenti. Ma si può dire di conoscere davvero il quartiere vecchio solo se si ricordano a memoria tutte e trentasei le sue strade principali. Ognuna porta il nome della merce principale che vi si può trovare: c’è la via della Seta, quella dell’Argentina, della Latta, delle Scarpe, del Bambù, del Carbone, del Rame, del Sale, quella del cotone….
Nguyễn Phan Quế Mai, Quando le montagne cantano
Il primo impatto con il Vietnam è Hanoi, una delle città più accattivanti del sud est asiatico. Un groviglio caotico di strade dove si affacciano case strette con le facciate che non raggiungono il metro di larghezza. Un espediente che i vietnamiti utilizzano per far risultare meno metri quadrati e pagare meno la tassa sulla casa. I motorini accatastati sui marciapiedi e posteggiati nei garage-abitazione sono in tutto e per tutto componenti della famiglia.

Ad Hanoi non si cammina sui marciapiedi. Gli abitanti vivono il marciapiede tutto il giorno. Stanno lì a guardare chi passa come facevano negli anni Cinquanta le anziane dei nostri paesi del sud. Zigzagare tra i veicoli in sosta, sgabelli e tavolini minuscoli di osterie improvvisate ricavate nei locali dei negozi e attraversare la strada con i motorini che sfrecciano velocissimi è una sfida quotidiana. Il Quartiere Vecchio è quello che meglio racconta l’attaccamento del popolo al suo paese, che mostra i segni di un passato doloroso pur guardando al futuro.

Mentre alla fine della seconda guerra mondiale molti paesi si ripresero rapidamente, Hanoi si trovò bloccata da mezzo secolo di guerra e privazioni. Attraversata dal Fiume Rosso, è Capitale dal 1945 e nel Quartiere Francese esprime il meglio della sua architettura.

Troviamo chiuso per una visita tra capi di Stato il Mausoleo di Ho Chi Minh, la figura più carismatica del paese, l’uomo che ha riunificato il Vietnam e da cui ha preso il nome la città più moderna, Saigon. Dopo aver assistito al cambio della guardia con l’umidità mista al caldo torrido che quasi non ci fa respirare, facciamo tappa alla Pagoda Chua Mot Cot, un antico tempio buddista del 1049 eretto su un singolo pilastro, situata proprio dietro al Mausoleo.

Quindi passiamo al Tempio della Letteratura, l’università dedicata a Confucio, fondata nel 1070 in onore di studiosi e letterati dove porta fortuna toccare la testa della tartaruga che, secondo la leggenda, infonderebbe lunga vita e intelligenza. Le sculture sono realizzate ognuna da un artista diverso e toccargli la testa è di buon auspicio.

Le tappe successive sono la Pagoda di Tran Quoc, il più antico tempio buddista di Hanoi, e il tempio Ngoc Son o “montagna di giada”, situato al largo del Lago della Spada Restituita, chiamato così per la spada gettata nel lago dall’imperatore che sconfisse le forze di occupazione cinesi, e recuperata da una tartaruga gigante. Il lago è solcato dal ponte Huc con le vivaci balaustre rosse.

6 esperienze da fare ad Hanoi

- 1. Passeggiare lungo il tranquillo Lago Hoàn Kiem
- 2. Gironzolare tra i palazzi dall’affascinante architettura coloniale nel Quartiere Francese
- 3. Visitare la prima università del Vietnam presso il Tempio della Letteratura
- 4. Fare una visita allo Zio Ho nel Mausoleo di Ho Chi Minh
- 5. Osservare le meravigliose buffonerie delle caratteristiche marionette sull’acqua
- 6. Gustarsi un egg coffe a La Capo Cafè. Non tutti sanno che il Vietnam è il secondo produttore di caffè al mondo dopo il Brasile e il primo fornitore globale di miscela Robusta. Ad Hanoi gustiamo l’egg coffee più buono di tutto il viaggio. Bruno, la nostra guida, ci dice che questa bevanda è tipica di Hanoi.

Dopo dodici ore di volo l’egg coffee ci sembra la giusta ricompensa ma il pranzo lo facciamo lo stesso. Andiamo al The Hanoi Cafe, una casa tradizionale del Settecento nel Quartiere Vecchio dove mangiamo gamberi grigliati con salsa di tamarindo e riso bianco accompagnato dall’immancabile succo di mango che ci accompagnerà per tutto il viaggio.

Nel tardo pomeriggio ci prepariamo per una lunga notte in treno, chiediamo all’Hotel Eritage, nel quartiere vecchio, di usufruire della doccia della spa. Ceniamo al Rue Lamblot Restaurant & Cafe con una leggera grigliata di mare con salsa di soia e succo di mango preceduta dai tradizionali involtini primavera al vapore.

In treno notturno verso Sapa
Ma non è così sempre la vita? Si corre nella speranza di un qualcosa che, una volta ottenuto, non è mai così bello come è stato quel correre con la speranza! Era soprattutto quell’andare che contava
Tiziano Terzani, Un indovino mi disse
Tiziano Terzani raccontava così cosa significa viaggiare in Asia. Nel suo libro Un indovino mi disse parla molto del rapporto degli abitanti del sud-est asiatico con il tempo. Decise di seguire le parole di un indovino e, per evitare l’avverarsi di una profezia, viaggiò per un intero anno in treno e in bus.

Ho voluto provare la stessa esperienza. Un viaggio in treno da Hanoi a Lao Chai, tra le montagne di Sapa per assaporare il gusto del viaggio lento. Dal vociare alto dei facchini della stazione al fastidioso rumore delle rotaie sui binari, fino al ticchettìo della pioggia battente sul finestrino che non ci ha dato tregua tutta la notte. Il Vietnam non è un paese facile, devi prenderlo per come è. Accettare ogni sua sfaccettatura, anche il fatto che i suoi abitanti parlino cinque dialetti diversi e non capiscano (e non leggano) l’inglese.

Dopo un rocambolesco arrivo sul vagone dovuto alla mancata comprensione dell’inglese da parte del personale di stazione che non riesce a dirottarci nella lounge d’attesa, riusciamo a sistemarci in cabina. Con grande stupore le troviamo pulite e accoglienti con acqua, frutta e dolcetti sistemati sul tavolino.

Devo ricorrere a un massaggio per sgonfiare i piedi, probabilmente ingrossati per il grande caldo prima di abbandonarmi a un sonno profondo coccolata dal rumore del treno sulle rotaie che non lascia dormire gli altri componenti del gruppo. Arriviamo a Lao Chai alle 6.25 del mattino come previsto e pure dormendo discretamente bene, nonostante tutto.
Sapa, le tribù e il trekking nelle risaie

Pensare troppo ti porta a vivere male. Ti rinchiudi dentro la tua mente dimenticando che la vita non è lì dentro, ma qua fuori
Gianluca Gotto, Succede sempre qualcosa di meraviglioso

Nel nord Vietnam la geografia e l’ambiente impongono tempi e percorsi che non possono essere compressi: le strade seguono le forme delle vallate, i sentieri collegano villaggi costruiti sui versanti e le risaie terrazzate trasformano le montagne in una complessa architettura agricola che richiede lavoro, manutenzione e conoscenze tramandate da generazioni.

Sapa è un villaggio stretto tra le montagne dimora delle minoranze etniche più pittoresche del Vietnam (Hmong, Dao e Tay) che sbarcano il lunario coltivando riso, cardamomo e grano.

Le donne dei Hmong Neri si mettono al seguito dei gruppi in partenza per i trekking tra le risaie per vendere manufatti di tessuto realizzati a mano. Non sono mai invadenti. Camminano al tuo fianco indossando gli abiti tradizionali con il copricapo a fazzoletto e portando enormi cesti di bambù sulle spalle, ti omaggiano di piccole sculture realizzate con le foglie di bambù, ti accompagnano fino al primo villaggio dove si fermano per vendere i propri prodotti.

Dalla Maison Lao Chai, dove arriviamo per la notte, lo sguardo spazia sui campi di riso a terrazze avvolti dalla nebbia. Ma quando il cielo schiarisce, i panorami sono incredibili. In lontananza è visibile Fan Si Pan, la vetta più alta del Vietnam. Peccato per la pioggia incessante durante il trekking. Comunque intenso l’incontro con le tribù.

Dal 1993 le autorità hanno aperto Sapa al turismo permettendo l’accesso alle sue tribù montane e ai loro pittoreschi villaggi. Dopo aver fatto il pieno di energia, ci avventuriamo in un suggestivo trekking tra i villaggi di Y Linh Ho, Lao Chai e Ta Van, un percorso di circa otto chilometri immerso in uno scenario mozzafiato. Vaste piantagioni di bambù, risaie terrazzate che scalano le cime impervie, abitazioni tradizionali delle minoranze etniche e donne vestite con i loro colorati costumi tradizionali compongono la scenografia della giornata.

Incontriamo le comunità dei Dao Rosso e degli H’mong, entriamo nelle loro case per osservare da vicino le usanze, i riti quotidiani. Ceniamo in hotel e va bene tutto sommato. La pioggia presa durante il giorno ci ha sfiancati.

La pioggia incessante dell’indomani fa saltare il trekking ma ci regala uno spaccato della provincia di Lao Chai: il Cat Cat Village è una specie di outlet occidentale adagiato sulle cascate dove i giovani sono assoluti protagonisti di set fotografici indossando abiti tradizionali.

L’hotel Heritage di Hanoi ci ospita per la notte prima della prossima tappa: Ha Long Bay.

La crociera nella Lan Ha Bay
L’uomo occidentale ha posto la sua mente su un piedistallo, dimenticandosi che siamo anche altro. Siamo anche un corpo e un’anima. Siamo molto di più dei nostri pensieri”
Gianluca Gotto, Succede sempre qualcosa di meraviglioso

Secondo una leggenda la Baia di Ha Long si formò quando un dragone si tuffò nel mare battendo freneticamente la coda da un lato all’altro formando un grande arcipelago. Le rocce calcare scoscese che s’innalzano per decine di metri dal mare che sono state dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco non sono equiparabili per bellezza al mare che le lambisce, di un verde torbido che non ti aspetti. La scenografica composizione degli spuntoni che si ergono dall’acqua è comunque sorprendente.

Di questa esperienza conserverò gelosamente il ricordo del sole che si sveglia donando al profilo delle torri calcaree una calda tonalità di arancio e i lenti movimenti del Tai Chi che mi hanno messo in connessione profonda con la natura del luogo.

La crociera che salpa dal molo 36 di Tuan Chau, porticciolo fantasma che gli investitori cinesi hanno lasciato incompiuto a causa della pandemia, ci porta a Lan Ha, l’insenatura che sìincontra prima di arrivare alla baia di Ha Long, incorniciata da una natura lussureggiante. Visitiamo la grotta Dark & Bright condotti da una barca di bambù. Sbarchiamo dalla crociera e raggiungiamo l’aeroporto di Hanoi per Da Nang. Poi con il pulmino arriviamo a Hoi An.

Hoi An, la città delle lanterne

Quando entri ad Hoi An hai l’impressione di ritrovarti in un luogo fuori dal tempo. La chiamano la città delle lanterne perché di notte i suoi vicoli si illuminano di luce calda e ti riscopri a vivere lentamente
Gianluca Gotto, Succede sempre qualcosa di meraviglioso
La magia di Hoi An inizia quando il sole cala sul fiume che l’attraversa ed è diventato la principale fonte di reddito per i barcaioli che vogano incessantemente trasportando turisti in luna di miele sulle love boat o ragazze locali social-dipendenti che la noleggiano per tik-tokarsi in un teatrino esasperante della vanità 3.0 che in Vietnam raggiunge punte altissime. Poco prima dell’imbrunire le vedi uscire di casa indossando stilosi abiti in raso e il tipico cappello di paglia a punta (pare, lo stesso che utilizzano nei campi durante la semina e il raccolto) con lo smartphone che è diventato un appendice della mano.

Le vedi gironzolare col fotografo al seguito e occupare le postazioni migliori davanti ai siti più importanti smorfiosando pose da dive. Il malcapitato spesso è costretto a ripetere lo scatto. E tu aspetti il tuo momento e alla fine ti rassegni e loro finiscono nel tuo album dei ricordi. La città più instagrammabile del Vietnam comunque cattura. Anche se resti intrappolato nella girandola dei colori delle sue lanterne.

Se esci dalle strade più battute si aprono piazzette inaspettate, scopri che la seta è la seconda fonte di reddito, che le donne sono abilissime a cucirti un abito su misura durante la notte e a consegnartelo l’indomani all’alba. Che sono proprio le donne il pilastro dell’economia, lavorano nei campi dall’alba al tramonto sprigionando una forza che non ti aspetti da un corpo esile e minuto.

Dormiamo due notti all’hotel Hoi An Central Boutique. Il secondo giorno è previsto un tour in bici per raggiungere il villaggio di Tra Que dove visitiamo un’azienda agricola biologica che ci fa partecipare alla piantumazione e all’innaffiamento dei campi. Durante il corso di cucina impariamo a riempire e ad arrotolare la carta di riso degli spring roll e mangiamo per pranzo gli involtini preparati da noi. Un massaggio ai piedi rigenerante e lasciamo l’azienda per pedalare fino alla città antica.


Passiamo il ponte giapponese, visitiamo il tempio Phuc Kien e le antiche abitazioni dei mercanti (Casa Tan Ki e Casa Phung Hung), ripassiamo dal mercato che vende sia frutta e verdura che lanterne artigianali e osserviamo le donne abili al telaio nel laboratorio della Seta. Mi sento miracolata per aver superato la giornata a pedali. Rasentare la carreggiata con i motorini che ti sfrecciano accanto senza l’ombra di un percorso protetto che vagamente assomigli a una pista ciclabile, mi ha fatto vivere la giornata al cardiopalma.

Hue, i fasti dell’impero

Anche nella Cittadella di Hue, interpretazione sublime dell’austera Città Proibita di Pechino, m’imbatto in una vivace sequenza di shooting dell’era della “Vanity Life” di queste giovanissime ragazze che nella ricerca della bellezza sembrano trovare una ragione di vita.

Non sembra esserci traccia di una memoria storica di quel terribile decennio. Non a Hue, dove la magnificenza dell’impero Nguyen si mescola all’egemonia estetica di secolari pagode e case giardino nello splendido mosaico verde disegnato intorno al Fiume dei Profumi (si chiama così forse per il fiore di loto che cresce spontaneo nel fossato che cinge la Cittadella).

Lasciamo che sia la bellezza a guidare questo ottavo giorno di viaggio. Per le bruttezze della guerra e le ingiustizie causate dalla prepotenza umana c’è tempo fino alla prossima tappa: Ho Chi Minh City.

Facciamo incetta di incensi nel villaggio Xuan Thuy prima di arrivare all’Alba Spa Hue dove riusciamo a fare l’idromassaggio prima della cena offerta da Profumina al ristorante francese La Carambole.

Il Vietnam un paese ad alto reddito entro il 2045?

Il Vietnam che appare come un paese arretrato, in realtà – secondo quanto afferma Simone Pieranni di Chora Media – sta vivendo una fase di trasformazione molto accelerata, determinata dalla volontà del governo a posizionare il paese come una delle quattro nazioni leader nell’intelligenza artificiale nel sud est asiatico entro il 2030 con l’ambizione di diventare un paese ad alto reddito entro il 2045. Per questo il Vietnam sta attirando capitali stranieri con uno dei pacchetti di incentivi più competitivi di tutta la regione.

Va considerato che il Vietnam è guidato da un partito comunista che, se da una parte sa quanto la corsa verso l’IA sia un’opportunità, cerca di limitarne i rischi per la propria presa in termini di potere. Per regolamentare il settore sono stati emessi alcuni decreti restrittivi, tra cui una replica della legge cinese sulla sicurezza dei dati. Un altro impone l’autenticazione obbligatoria per le piattaforme social network con più di centomila visite mensili eliminando l’anonimato. I contenuti ritenuti illegali devono essere rimossi entro 24 ore dalla richiesta delle autorità.

Sull’IA c’è un progetto di legge e una strategia per la trasformazione digitale del paese che si scontra con alcune criticità: un deficit del capitale umano, ossia il numero dei laureati con competenze nell’IA è ancora troppo basso soddisfacendo il dieci per cento della domanda del mercato. Il secondo è la lentezza dell’implementazione dei regolamenti: le start up affrontano lunghi processi di approvazione. Oggi gli investitori guardano con interesse Hanoi, forse per questo la città viene chiamata dagli investitori “città del drago che si alza in volo”.

Il Vietnam, con il suo modello di bricolage strategico, si pone in una posizione particolare nella rivoluzione tecnologica globale. Invece di costruire tutto da zero, prende software e IA aperti e li adatta, li fa funzionare su hardware potenti ma tutto questo viene installato su un cloud nazionale sovrano controllato dallo Stato e deve rispettare le leggi locali. Quindi il Vietnam non è allineato con nessun blocco tecnologico.
La diplomazia del bambù

Questa capacità di adattabilità anche ai partner stranieri è allineata alla “diplomazia del bambù”, come viene chiamato l’approccio alla politica estera del paese. Il bambù è saldamente ancorato al terreno e questo simboleggia la ferma posizione del Vietnam sulla sua sovranità nazionale e sull’indipendenza ideologica. Per questo si parla dei “tre no” della politica estera vietnamita: nessun allineamento militare, nessuna alleanza militare, nessun permesso per basi militari straniere sul suo territorio.

Allo stesso tempo la diplomazia vietnamita è flessibile proprio come una canna di bambù che si piega ma non si spezza. Il Vietnam mostra adattabilità e pragmatismo nel coltivare rapporti economici con tutte le grandi potenze senza allinearsi con nessuna in modo permanente. Il bambù cresce in folti boschetti e nella diplomazia questo simboleggia il multilateralismo e la diversificazione dei partner per ridurre la dipendenza e assicurare la stabilità.
Saigon: niente motorini, niente gambe
Il viaggio di Davide parte dal caos di Ho Chi Minh City, con i suoi vicoli e il traffico di motorini, e risale verso nord… Il Vietnam qui non fa da sfondo decorativo: è lui a modificare il protagonista
Gianluca Gotto, Succede sempre qualcosa di meraviglioso
È racchiusa tutta qui la filosofia di Saigon. Non ci voleva Lane, la guida che incontriamo all’aeroporto di Ho Chi Minh City, per scongiurare ogni dubbio sul fatto che Saigon sia la città dei motorini. A settembre 2026 il numero totale dei ciclomotori ha raggiunto la cifra record di circa 11,3 milioni di veicoli.

Ho Chi Minh City nasce come piccolo villaggio di pescatori adagiato in una zona paludosa abitata dal popolo Khmer. Con lo stanziamento dei vietnamiti nel XVII secolo, viene chiamata Saigon, come un fiume del sud del Vietnam che nasce nel sud-est della Cambogia. Lane invece ci dà un’altra versione: tutte le città del Vietnam hanno un nome formato da due sillabe (Ha-noi, Hoi-An…) per questo fu scelto il nome di Sai-gon. Ho Chi Minh City ne avrebbe avute quattro.

C’è tanta gente che viaggia lungo la linea della propria vita con l’ossessione di una tappa ben precisa. Per alcuni è finire la scuola, per altri è la pensione, per altri ancora è fare figli. Hanno gli occhi puntati solo laggiù e non si rendono nemmeno conto di tutta la meraviglia che gli passa a fianco, di quanta bellezza si stanno perdendo lungo la strada. Capirai che sta sempre succedendo qualcosa di meraviglioso, sempre.
Gianluca Gotto, Succede sempre qualcosa di meraviglioso
Una delle meraviglie dei viaggi è osservare come vive la popolazione che si va a visitare. Come organizza gli spazi di casa, come trascorre il tempo libero, come si relaziona con gli altri, cosa mangia e quali sono le abitudini a tavola.

Alla fine l’aspetto che più incuriosisce è proprio come si svolge la vita della gente a tavola. Un paese culturalmente così lontano dal nostro offre uno spaccato piuttosto esilarante del suo rapporto con il cibo. Quello che ho capito dei vietnamiti:
- mangiano a tutte le ore, non si siedono a tavola in un orario preciso. Consumano i pasti seduti su bassi sgabelli con la ciotola appoggiata su un tavolino basso. Mangiano pure tanto e le stesse cose anche a colazione ossia il Phở, la zuppa con i noodles, il Bánh Mì, il tipico panino farcito, il Bò kho (il tradizionale stufato speziato) o la Canh bí đỏ, la zuppa di zucca.
- per scrollare le storie sui social o per parlare al telefono si accovacciano come se quella fosse la posizione più naturale del mondo.
- sono iperattivi: in genere si alzano alle 5 e fanno mediamente 2 ore di strada in motorino per raggiungere il luogo di lavoro. Per affrontare questo viaggio sono super organizzati: gli viene consegnata la bibita da asporto nel classico contenitore con cannuccia in un sacchetto trasparente che viene attaccato a un gancio del motorino. Ce l’hanno tutti. Molti hanno anche il pasto.
- il motorino è il mezzo più usato: le macchine che si vedono in giro sono soltanto taxi o ncc (scaricatevi l’App di Grabb). Il motorino è molto di più di un mezzo di trasporto: è il luogo di lavoro ma anche il luogo dove si fa il riposino e si consuma il pasto.
- il motorino ha la precedenza sulle macchine e sui pedoni. Le strisce ci sono ma è come se non ci fossero. Per attraversare la strada rischi la vita. E pure camminare lungo il ciglio della strada è pericoloso. Il marciapiede è il loro territorio. È della famiglia che gestisce casa e bottega e mette in bella mostra i motorini parcheggiati e tu devi zigzagare tra i ciclomotori in sosta, i carrettini dei venditori ambulanti che sciorinano non ben identificati piatti fumanti che sprigionano un intenso profumo di aglio, in un rocambolesco equilibrio. I più fortunati trovano l’asfalto asciutto, i malcapitati una fastidiosa fanghiglia.

- sui motorini trasportano di tutto, dai pacchi agli addobbi floreali per cerimonie, all’intera famiglia (non è raro vederli sfrecciare con bambini anche neonati sistemati sul sellino tra gli adulti) cane incluso.
- chi ha un’attività commerciale ha il negozio antistante la casa che è profonda e si sviluppa cioè in lungo. Alcuni hanno la casa al secondo piano. Sono abituati a condividere con i passanti la vita domestica: sviluppando la loro attività sul marciapiede, chi passa butta l’occhio inevitabilmente e incappa in figli stesi sul divano a guardare i cartoni animati o vicine che chiacchierano animatamente.
- la pennichella. È sacra: la fa la guardia o il portiere di un palazzo che si porta addirittura la brandina durante le ore di servizio, la fa l’estetista della spa in attesa di un cliente se non sta al telefono a scrollare Tik Tok, la fa chi fa la spola sulle navi da crociera sulla Baia di Ha Long, la fa sul motorino il venditore ambulante o chi lavora in officina o nei cantieri.
Il museo della guerra
Se la smettessimo di parlare di vittorie da conquistare in guerra e incominciassimo a parlare un poco degli uomini. Io quando penso al Vietnam non voglio pensare a coloro che mi ricordano la mia maestra di scuola, io voglio pensare alle creature come il piccolo Cuong che aspetta la primavera perché la sua gambina ributti insieme al banano. Voglio pensare al contadino Vu Van Cat che all’alba è già dentro la melma della risaia e da quella melma alza gli occhi per scrutare il cielo, vedere se tornano i draghi di ferro che gli polverizzarono l’intera famiglia.
Non c’è bisogno della guerra per difendere la democraziaOriana Fallaci, Saigon e così sia

Oriana Fallaci segue in combattimento gli americani con un’uniforme americana e i documenti americani in tasca. Sale su un A37 che bombarda il delta del Mekong col Napalm. Non può girare da sola, è affidata a dure guardiane che non la lasciano mai. E in Saigon e così sia racconta la guerra. È la prima volta che una guerra viene narrata sul campo. Grazie ai reportage di giornalisti e fotografi, la guerra del Vietnam entra nelle case di tutto il mondo.

Il racconto della guerra è esposto in tutta la sua crudeltà al Museo della Guerra di Saigon che restituisce la brutalità dei crimini compiuti dai Marines ai danni della popolazione. Scene raccapriccianti arrivano anche dalla sala dedicata agli effetti dell’agente arancio, la diossina, causa di malformazioni fisiche e mentali.

L’incontro con i bambini dell’orfanotrofio gestito dall’associazione Kỳ Quang 2, presso la pagoda Ngọc Hoàng, è toccante. Per correttezza non pubblicherò le immagini delle stanze e i volti dei minori abbandonati da genitori troppo giovani e inconsapevoli. Molti di loro portano evidenti segni degli effetti della diossina. Non dimenticherò mai quegli occhi e i loro sorrisi quando gli abbiamo consegnato latte e patatine.
Fare amicizia coi vietnamiti è proibito, viaggiare senza scorta è senza autorizzazione è proibito, spedire articoli con gli aggettivi è proibito… Le donne vietnamita sono nate fra le privazioni, non conoscono che due parole: odio e dovere

Questo la giornalista scriveva nel 1968. Oggi le cose sono cambiate. Le donne non conoscono la parola “odio” e c’è una profonda spaccatura tra le generazioni. Quella dei tempi della guerra non esiste quasi più, quella successiva si ammazza di fatica, lavora per sopravvivere.
Quella ancora dopo è quella che vi ho raccontato nei post precedenti. Che insegue il benessere che i loro genitori non hanno vissuto. Che imita un modello di società moderna veicolato dai social che li connette e li isola allo stesso tempo in una solitudine virtuale che gli impedisce di sfruttare a proprio vantaggio il patrimonio che hanno. Per la produzione fiorente di riso, caffè, seta, bambù e cocco potrebbero trainare l’economia del sud est asiatico.

Sono invece ripiegati su sè stessi, non guardano oltre lo schermo dello smartphone, sfrecciano sui motorini bendati come mummie per proteggersi dallo smog con lo sguardo fisso sulla strada senza mai voltarsi, nemmeno al semaforo. Come se avessero il terrore di incrociare lo sguardo dell’altro. Costruiscono la loro vita sul motorino dove trasportano di tutto. Alcuni lo hanno persino trasformato in un ufficio e parlano al telefono o fumano mentre guidano. Sono abili nello scivolare sulle strade, nel cambiare le marce col pedale indossando le ciabatte, nel salire sui marciapiedi incuranti dei pedoni e dei semafori.

Ad attraversare la strada si rischia la vita anche sulle strisce che non vengono assolutamente rispettate (riuscire a fare più di cinque chilometri in bicicletta a Hoi An è stata una sfida!).

Non visitiamo la Cattedrale di Notre Dame (attualmente in fase di restauro), facciamo una sosta pranzo a base di frutta al Ben Nghe Street Food che assomiglia ai nostri mercati moderni europei dove si possono trovare un po’ tutte le cucine del mondo, non distante dall’Ufficio Postale, capolavoro architettonico che testimonia l’influenza Europea sulla città. Finiamo la giornata nel caotico mercato Bến Thành a caccia di té e souvenir.
Il Delta del Mekong

Da Saigon raggiungiamo il Mekong che attraversa sei stati (Cina, Birmania, Laos, Thailandia, Cambogia, Vietnam) e nasce nell’altopiano del Tibet e sfocia nel Mar Cinese. Iniziamo una lenta navigazione che ci permette di osservare la vita quotidiana delle popolazioni che vivono lungo il fiume. Ci fermiamo in una fabbrica dedita alla costruzione dei mattoni di argilla, carbone e torba e uno dei tanti laboratori per la lavorazione della noce di cocco.
Con un tuk-tuk ci spostiamo verso una tipica casa locale dove consumiamo il miglior pasto del viaggio a base di pesce locale. Da Saigon l’indomani prendiamo un volo per l’isola di Phú Quốc nonostante le previsioni non siano incoraggianti. Siamo nel pieno del maltempo monsonico. Purtroppo le condizioni meteo non sono prevedibili e la nostra guida fa un errore di valutazione: invece di mandarci nel Vietnam centrale dove la stagione è secca, ci fa andare nel mar di Thailandia sotto alla Cambogia preso di mira dai monsoni.
Phú Quốc, altro che perla

L’isola, soprannominata la “Perla del Vietnam”, è diventata in pochi anni una delle destinazioni tropicali più ambite del sud-est asiatico. Situata nel Golfo di Thailandia, è la più grande isola del Paese e nel 2026 è stata inserita (ingiustificatamente!) da importanti piattaforme globali tra le prime quattro destinazioni turistiche di tendenza al mondo. Lo dice Cocco Travel ma, dopo aver soggiornato tre notti a L’azure Phu Quoc Resort & Spa, mi sento di dire che l’isola non è affatto pronta ad accogliere una clientela internazionale. Lo staff di hotel e ristoranti non parla la lingua inglese, nemmeno le parole essenziali che garantire bbero una permanenza piacevole. I tre giorni si rivelano un flop: per il meteo avverso, per l’incomunicabilità con il personale delle strutture e gli abitanti, per essersi rivelata molto al di sotto delle aspettative.

L’isola è un grande cantiere desolato che l’imprenditoria dei paesi dell’est asiatico stanno sfruttando per farne una grande Disneyland in stile Las Vegas. Riprodurre la Costiera Amalfitana e la Roma Antica non è una trovata geniale per una clientela di alto profilo abituata a girare l’Europa. L’impressione è che la Cina ha già messo ampiamente le mani su un paese che da sempre lotta per la sua autodeterminazione, ma qui c’entra poco l’orgoglio nazionale, destinato a soccombere di fronte al potere dei soldi.

L’ultima notte la trascorriamo all’hotel Eden Star con terrazza che regala una vista strepitosa sullo skyline di Saigon. Peccato per quell’insalata di frutta e feta servita senza feta ma con una buona dose di formaggio vagamente somigliante al nostro Parmiggiano. Se non fosse stato per il panorama avrei decretato il ristorante “il peggiore del viaggio”.
Vado via con un po’ di amaro in bocca, come sempre quando lascio l’Asia. Per aver constatato con i miei occhi che per il Vietnam è stata un’occasione persa. Che è vero, c’è tempo fino al 2045 per arrivare a una trasformazione globale del paese. Ma, intanto, qui e ora, il paese vive intrappolato nelle sue contraddizioni. Tra un drago che vuole volare alto e una tartaruga impantanata nella melmosa fanghiglia di una baia patrimonio-pattumiera. Con i giovani dietro lo schermo di uno smartphone ad aspettare che il mondo cambi.
Ti è piaciuto questo itinerario in Vietnam da Hanoi a Phú Quốc?
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